I cieli della luna di Katia Amadio

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L’Albergo

Trascorsero le settimane e l’arrivo di Neel, coincise con una nuova svolta nella vita di Luna. Il paese era molto tranquillo e, approfittando dell’eredità dei suoi genitori, rimandò ulteriormente la ricerca di un posto di lavoro. Neel, dal canto suo, neo laureato in architettura, stava per entrare nello studio di suo padre, un simpatico signore molto giovanile che prese ben presto a cuore i nuovi interessi del figlio, compresa lei.

Decisa a non buttare via tempo prezioso, Luna volle iscriversi ad un corso di laurea in psicologia a Ferrara, intervallando le lezioni a lunghi giri in bicicletta. Amava cambiare sempre tragitto, per vedere posti sempre diversi, anche se qualcosa la spingeva comunque ad evitare la zona della scogliera che sapeva darle un’inquietudine particolare. Una sera, invece, intenta ad ascoltare un po’ di musica con gli auricolari alle orecchie, si perse lungo il percorso e, scesa dalla bici per recuperare l’orientamento, si trovò davanti una porticina, sul retro di un edificio.

Una vecchia insegna colorata di arancione annunciava:

“Hotel Touring”.

Un albergo. Un albergo a cinque piani.

Incuriosita più che mai, abbandonò la bicicletta accanto al muretto che divideva il giardino dalla porta sul retro, e cercò un varco fra la folta vegetazione. La porta era ben chiusa, ma in alto, sulla destra, una finestra aveva i vetri rotti: provò a sbirciar dentro, arrampicandosi su un tavolo e scorse distintamente dei fornelli: doveva essere la finestra della cucina. Armatasi di coraggio, ma altrettanto emozionata, entrò, facendo attenzione ai mille vetri sparsi in terra; il luogo era davvero buio e c’erano molte assi di legno marcio e porte accatastate negli angoli, ed ad ogni passo degli scricchiolii sinistri si espandevano nelle stanze, ovattate da un’atmosfera misteriosa e di cose taciute da troppo tempo. Su un tavolo, i resti di una candela. Probabilmente da diversi mesi quel luogo non riceveva visita alcuna.

Seguendo un corridoio entrò nella hall: era un’immensa sala illuminata da una strana luce azzurra, filtrata dai vetri colorati con figure di grandi pesci variopinti che regalavano ombre alquanto suggestive sia all’interno che sul giardino da cui era entrata.

Il portone d’ingresso era bloccato con delle travi inchiodate al muro. Nonostante questo, tutto era abbastanza in ordine: poltrone impolverate sulla destra, tavolini in metallo colorati, il bancone del bar con ancora diversi bicchieri per ogni occasione, il listino dei prezzi ancora appeso al muro, delle bottiglie aperte di birra, alcuni cartocci di vino, vecchi stracci e degli enormi specchi nella sala principale. Nella cucina tutto era rimasto immutato dall’ultimo utilizzo: pile di piatti negli armadi, affettatrici ancora nuove disposte sui banconi, pentoloni e stoviglie in ordine sulle mensole degli scaffali. C’erano così tante cose utili che qualcuna l’avrebbe portata a casa volentieri.

Sul bancone dell’albergo inoltre, c’erano anche molte chiavi sparse, col numero delle camera abbinato ad ognuna. Nei cassetti invece si trovavano decine di mazzi di carte da gioco, penne, inchiostro, fogli e un elenco telefonico di sei anni prima, assieme a giornali, lettere e ricevute. Sulle pareti, piuttosto in evidenza, si susseguivano diversi disegni: stelle a cinque punte, draghi, leoni, serpenti, cani, personaggi fantastici e fiamme.

Chissà chi c’era stato prima, chissà quali avvenimenti avevano sfiorato quelle mura, chissà perché aveva chiuso.

Lentamente, aiutata dalla luce di una candela, arrivò al primo piano. Poi, uno squillo, due squilli.

Il suo cellulare che suonava!

Neel la stava cercando.

“Sono in un bel posto – rispose frettolosamente – ti racconto quando torno, a dopo!” E spense l’apparecchio. Il corridoio era molto stretto, e solo una finestra, in fondo, permetteva alla poca luce di entrare: era già scesa la sera, e tutto assumeva delle sfumature alquanto affascinanti.

Emozionata per la sua bella scoperta, si divertì a cercare, un po’ dovunque, oggettini, anche i più insignificanti, per ricostruirne la storia, o solamente fantasticare con la sua fervida immaginazione: così si divertì a raccogliere scarabocchi sui giornali, frasi scherzose scambiate da amici, pagine di cruciverba, poster ancora appesi ai muri ingialliti sui bordi, annotazioni sui registri e appunti lasciati dai camerieri. Restò nella hall, senza avventurarsi nei piani superiori che riuscivano a intimorirla, forse per le ombre lugubri che si accavallavano lungo il corridoio antistante le scale. Radunò in un angolo il materiale raccolto e si bloccò, senza apparente motivo; più restava fra quelle stanze, più un senso di smarrimento e paura l’avvolgeva, cupo.

Si sentì infine attorniata come da mille presenze, che sembravano risvegliarsi al suo passaggio, e pur nella totale solitudine, avvertì delle voci attorno a lei, come un brusio; corsa nella saletta del bar sentì addirittura delle risate, mescolate alla confusione di un movimento che pareva scorrere attorno e sotto di lei senza manifestarsi visivamente.

Spaventata da tale fenomeno, preferì allontanarsi con il sopraggiungere del buio, decisa a ritornare al più presto, con Neel.

Era tanta l’eccitazione per la scoperta, che, raggiuntolo in fretta, a fatica riuscì a mettere in ordine qualche frase.

C’era comunque un albergo, questo era riuscita a farglielo capire, ed era abbandonato.

“Mi avevano accennato ad un hotel chiuso per fallimento – commentò lui incuriosito – ma non ero mai riuscito a localizzarlo. Siamo un po’ grandi per questo genere di avventure ma. Non credo che in questa stagione effettuino dei controlli in zona, soprattutto se ci andiamo adesso.”

“Adesso? Non so se ne valga la pena. Era un ambiente così strano. Mi aveva talmente suggestionato che sentivo delle voci, delle presenze. “

“Sì, certo, quelle della tua fantasia: no, non mi prendo gioco di te! Non ricordi di aver già scritto un romanzo dove ritrovavi un albergo, completamente vuoto e all’interno avevi trovato un cadavere. L’ho trovato nel tuo cassetto, è finito ora nella tua cantina; probabilmente non l’avevi ancora finito, manca la fine.”

“Un romanzo nel mio cassetto? Non lo sapevo, grazie! Quante cose dovrò imparare su di me?”

“Secondo me in quel posto ci sei già stata e così ne hai scritto lungamente. Un po’ lugubre però. Be’, se non mi credi basta leggerlo!” E le mostrò un manoscritto, di diverse pagine, composto a mano. Poteva essere un documento importante per scoprire tasselli del suo passato, anche se, in tutta onestà, diffidava dei suoi romanzi proprio perché non riusciva a distinguere il vero dall’immaginato, tanto che spesso, rileggere i suoi scritti, le aveva creato non poche perplessità.

Presa poi l’auto, decisero di cercare con lei quel luogo che sapeva di pagine già scritte. Vi arrivarono in breve tempo e Neel rimase perplesso di fronte a quell’edificio, mai notato prima, nascosto fra le sterpaglie, ma ben di cinque piani.

Saltata la cucina, osservati i disegni sui muri, salirono in fretta le scale, nonostante Luna fosse restia a salire, bloccandosi al primo piano: c’era un fastidioso odore di muffa mescolato a qualcos’altro, e tutto era stranamente in disordine; aiutandosi con una torcia percorsero l’angusto corridoio, pieno di vetri anch’esso e dei resti di vecchi lampadari accatastati, fino a giungere alla prima stanza sulla destra, seguita da altre due avvolte nel buio. Entrati insieme nella prima, trovarono delle corde sparse sul pavimento e alcune macchie scure sparse ovunque. Luna emise un grido di terrore e uscì di corsa, come assalita da qualcosa.

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